Torno Torno

Sorrento: il nome, la storia e alcune curiosità

Sorrento, il nome, la storia e curiosità della città più famosa della Penisola Sorrentina

Quando le stelle passeggiavano per Sorrento

Quando le stelle passeggiavano per Sorrento

Esiste una Sorrento della memoria ricca di attrazioni, di storia ma anche di personaggi di un jet set ormai sparito o sparuto che ha lasciato ancora una scia nell’atmosfera elegante dei vicoli antichi e delle storiche vetrine.

Esiste una Sorrento nascosta via Fuori Le Mura, via S. Aniello, traverse via Fuoro, dove ritrovare angoli autentici di una terra ospitale e magari chissà tra il vocìo quotidiano e la luce color d’arancia sentire ancora un’eco lontano di un canto di sirena…

Perché il nome Sorrento ?

Esiste una secolare controversia sulla vera origine del nome Sorrento che viaggia costantemente a cavallo tra frammentarie notizie storiche e numerose leggende. Abbandonata la più affascinante tesi che derivi dalle sirene di Ulisse nonché quella della storia della giovane Sirentum divenuta poi principessa Durazzo, pare che la tesi più accreditata sia quella legata alla particolare collocazione geografica della penisola.

Lo stesso nome della città dal greco συρρέω (scorro intorno, insieme) può essere sintomatico di questo isolamento, in quanto Sorrento si trova su un banco tufaceo isolato ai quattro lati (mare e tre valloni con rivi). La famosa archeologa Paola Zancani allude al deflusso delle acque piovane attraverso i valloni scavati profondamente nella roccia: ne parla Antonino Fiorentino in Surrentum, Aprile 1992. «Oggi si può ammirare il paesaggio quanto mai pittoresco dove l’orrido e il romantico si fondono in un’unica singolare visione che costituì per anni la gioia di quanti artisti, italiani e stranieri ad essi si ispirarono

Come si presenta Sorrento ?

Sorrento appare posizionata nel punto esatto e millimetrico dove si incontrano l’azzurro del mar tirreno e il verde dei monti lattari. Questa corrispondenza di amorosi sensi – parafrasando impropriamente il Foscolo – favorisce, al di là di uno dei più affascinanti panorami mediterranei, un clima predominantemente mite: capiterà molto raramente, ad un avventore, di poter assistere alla caduta di qualche fiocco di neve.

La storia siamo noi. Sorrento nel tempo.

In un territorio teatro di innumerevoli testimonianze, anche poetiche, sorgono sempre nuovi motivi di indagine e di osservazione per scoprire la storia del suo passato che spingono ad una più profonda valutazione degli eventi che hanno caratterizzato la vita della cittadina negli ultimi cinquant’anni.

Sorrento, e con essa la penisola tutta, fin dall’epoca romana è sempre stata meta prediletta per soggiorni di cura e riposo. Durante la prima età imperale fu villeggiatura di ricchi patrizi, i quali, per trascorrere i mesi estivi e i periodi di otium, elessero a luogo ideale tutto l’arco del Golfo di Napoli, dai Campi Flegrei a Sorrento.

Subito dopo l’età imperiale Sorrento era nell’area bizantina e faceva parte del ducato di Napoli, scontrandosi in modo diretto con Amalfi al cui assoggettamento riuscì a resistere. Ed è, forse, proprio da quel momento che inizia il forte senso di individualismo che porterà Sorrento a un lento processo di isolamento geografico, che sarà a sua volta conseguenza di un isolamento culturare e dunque relazionale. Ma questo, di certo, non evitò che divenisse oggetto di mire delle potenze di tutto il Mediterraneo. Ne è testimonianza la famosa incursione longobarda di fine VII secolo.

L’individualismo e l’isolamento, dettati comunque da una situazione geografica particolare, ebbero comunque un risvolto positivo in quanto permisero una piena coscienza della propria cultura e storia, al punto da conservarne gelosamente, anche nel corso dei secoli, tradizioni, usi e costumi radicati così fortemente in quel lembo di paradiso. Ne sono riprova anche le poche, ma fondamentali, testimonianze di influssi artistici che si possono riscontrare nel territorio. Tale isolamento fu storicamente necessario per preservare una situazione socio-economica che diventerà sempre più florida.

Si pensi alla purtroppo poco rappresentata “Una Sera a Sorrento” di Turgenev. (1)

E dal 1133 la storia di Sorrento è imprescindibilmente legata a quella del Regno di Napoli (2) e cioè dopo la conquista di Ruggiero il Normanno. Fu da allora che Sorrento, presa ormai piena coscienza della forza che acquistava la città, diede avvio alla costruzione di fortificazioni, mura di cinta e conventi: emblemi di una città in crescita e che dovette tutelare il proprio potere. I conventi rappresentano il fulcro del potere politico, oltre che religioso, grazie ad una agiografia consistente e rilevante (3): divennero anche la lunga mano delle istituzioni: ben presto diventeranno gli unici luoghi deputati alle decisioni importanti per lo sviluppo della cittadina che intanto si ramifica di vicoli e palazzi, ma soprattutto di conventi; tanto per citarne alcuni ricordiamo l’insediamento dei francescani, dei domenicani, dei gesuiti, ma prima di tutti dei benedettini. (4)

In realtà, le mura di cinta della città, furono un’importante eredità lasciata dai greci insieme a tutta la struttura urbana della città. La minuzia e la perfezione con cui era stata costruita fu capita anche dai romani che si insediarono a Sorrento conservandone la pianta urbana e la cinta muraria a blocchi isodomici. E fu una scelta vincente, in quanto, resistettero a vari assedi per tutto il periodo medievale. Capito il loro grande valore furono iniziati più volte tentativi di fortificazione. Come nel 1300, sotto il dominio Angioino e inoltre, a partire dal XVI secolo, vennero erette delle torri di avvistamento (tra le quali quelle a Punta Campanella) soprattutto per far fronte all’incombente minaccia saracena che imperversava sull’Italia da 5 secoli ormai. L’inizio del rifacimento effettivo delle mura è da datare nel 1551 dopo che le continue lotte tra Angioini e Aragonesi le avevano completamente danneggiate e fu completato soltanto nel 1561 dopo che la tragica invasione turca del tredici giugno 1558 aveva convinto i sorrentini ad accelerare i lavori. (5) Infatti, nonostante questa eccezionale difesa architettonica rimasta intatta nei secoli, non si riuscì ad evitare a Sorrento un evento destinato a segnare una delle pagine più tristi della sua storia: l’assalto della flotta Turca di Pialì Mustafà nella notte del 13 giugno 1558.

Si narra che un servo turco della famiglia Correale – una delle famiglie di maggior spessore all’epoca, nonché detentrice delle 4 chiavi delle porte della città: Porta del Piano, Porta di Massa, Porta Parsano e Porta della Marina Grande – aiutò i suoi compatrioti ad entrare nella città, prelevando le chiavi da casa del padrone e aprendo loro la porta della Marina Grande fino a condurli al cuore di Sorrento. I turchi fecero numerosi prigionieri, devastarono monasteri, case e chiese saccheggiando e incendiando tutto ciò che trovavano. Rubarono la statua in argento di Sant’Antonino e la campana che, sempre secondo la leggenda, caduta in mare, si sentiva rintoccare. (6) Quindi, già danneggiata dal saccheggio saraceno, si dissanguò ulteriormente per riscattare parte dei circa 2000 prigionieri deportati in Oriente che potè così ritornare in patria. Ma ci vollero ben due secoli affinché l’economia (e la vita culturale) della penisola potesse riprendersi. Questo accadimento unico, nella storia di Sorrento, segnò profondamente lo status vivendi della cittadina. La reazione fu immediata. Si posero speranze e forza lavoro soprattutto nell’agricoltura, già precedentemente in crescita, avendo uno sviluppo che, iniziato con ulivi, viti ed allevamento del bestiame, seguito dalla coltura del gelso e della noce, ebbe la sua affermazione nell’agrumicoltura (la più recente in ordine di tempo – di importazione araba -, ma che è divenuta quasi il simbolo dell’intera penisola, chiamata dai visitatori del ‘700 «il paese dove fioriscono i limoni» (7)). Ne è testimonianza l’incremento demografico di quel periodo. (8)

Oggi, chiaramente, la situazione è notevolmente cambiata: l’apporto dell’agricoltura al turismo è andato scemando, ma l’industria turistica e l’agricoltura sono talmente integrati che non è pensabile parlare di nascita della prima ignorando l’altra.

E, una volta capita tale fonte di ricchezza, già nel ‘700 i grandi proprietari terrieri puntarono fortemente in questa direzione (9) facendo proprio il concetto che «il Turismo è adattamento del luogo e della popolazione alle abitudini ed alla mentalità degli ospiti, onde la necessità di creare tutte quelle comodità e quel complesso di divertimenti da dare l’impressione ai forestieri di trovarsi in un centro familiare con cui si abbia da tempo confidenza». Di questo concetto se ne fece un vero e proprio “modus vivendi” (10) per la penisola tradotto nell’applicazione di 5 punti principali da rispettare:

Strade panoramiche – Sono necessarie strade dalle cui passeggiate sia consentito all’ospite di incantarsi al fascino del panorama. Devono inoltre essere: larghe, quando sono arterie principali di comunicazione; dotate di marciapiedi comodi se il traffico è movimentato; attrezzate di belvederi se ricche di panorama.

Pulizia Cittadina – La nettezza delle strade, la pulizia delle case, l’eleganza dei negozi, l’accuratezza dei cittadini fanno parte di quelle regole elementari che danno al forestiero il piacere di un paese ospitale.

Giardini Pubblici – Private una cittadina turistica dei suoi giardini, spogliate un verde prato dei variopinti colori dei fiori, lasciate una piazza spoglia di alberi e giardini: avete commesso il reato più grave verso un paese e l’offesa più imperdonabile alla bellezza della natura.

Educazione popolare – La gentilezza ed il senso dell’ospitalità sono qualità che devono essere sempre presenti nel personale e nella popolazione per porre il turista sempre a suo agio.

Comfort cittadino – In un paese turistico l’attrezzatura di conforto deve essere qualcosa di più di un paese civile: i servizi igienici, pubblici e privati, non devono difettare; i pubblici esercizi devono essere allestiti secondo le esigenze degli ospiti; i luoghi di ritrovo e di divertimento per le ore notturne devono essere all’altezza della fama del centro turistico stesso (11).

Ma questo non è tutto. Infatti, non si può di certo dimenticare un’adeguata ricezione alberghiera.

La creazione di alberghi (che vedrà la sua realizzazione solo una volta che Sorrento si fu del tutto ristabilita e cioè verso la fine del 1700), muniti di quel conforto che poneva, subito, l’ospite a suo agio, fece sì che Sorrento cominciasse a popolarsi e a vivere una vita più ricca e movimentata. Era l’epoca in cui, anche se in alberghi diversi, visitavano e soggiornavano a Sorrento inglesi e russi, tedeschi ed americani, francesi ed olandesi, spagnoli ed austriaci; insomma Sorrento era diventata, ben presto, un punto d’incontro e di vita internazionali. (12)

La memoria del tempo. I segni di un passato glorioso. Le consuetudini di un paese, “Sorrento gentile”, che nei secoli hanno suggerito garanzia di pace e di tranquillità, di riposo e di artigianato, in qualche caso geniale come la tarsia o frutto di una natura docile che ha alimentato esportazioni di arance e limoni, produzioni di latticini o la paziente realizzazioni di quei fagottini in foglie d’agrumi ripieni di chicchi d’uva passita, detti comunemente follarielli. Questo era il quadro di chi, passeggero in cerca di emozioni, riusciva a trovare nelle terrazze sui banchi tufacei dove si distende la piana sorrentina. In questa atmosfera di riposo, e quiete, la vita dei visitatori si svolgeva lontana da quello che era il contesto agricolo, commerciale e artigianale di questo piccolo paese della penisola omonima.

La ricettività alberghiera era affidata a pochissime famiglie, in primis la famiglia Tramontano, proprietari e gestori dell’omonimo hotel ristorante: fu proprio in quelle suites e in quelle terrazze che innumerevoli intellettuali e grandi scrittori diedero luce a grandi capolavori da Wagner (Parsifal), a Ibsen (gli Spettri, scritto proprio all’hotel Tramontano) a Gorkij (che alloggiava a villa Serracapriola). La famiglia Tramontano, determinante per le sorti turistiche, nonché politico-culturali della penisola, raggiungerà il massimo fulgore agli inizi del ‘900, quando Guglielmo Tramontano fu quasi per un decennio Sindaco della Città.(13) E’ dovuta a quest’ultimo la geniale intuizione di spostare l’albergo del padre Pasquale (allora sito in via San Cesareo) in Villa Nardi (oggi villa “La terrazza”) e successivamente collegandolo con l’albergo “Tramontano”, sito nella villa “Strongoli-Pignatelli”, attraverso il giardino (attuale Villa Comunale) che gli era concesso in affitto dal Comune. (14)

Intanto, Sorrento era divenuta meta preferita di scrittori ed artisti, regnanti ed uomini illustri e l’Hotel Tramontano era uno dei preferiti già descritto dal Lamartine nel 1811 e che, nel 1829, aveva ospitato il grande scrittore americano, James Fenimore Cooper. Da non dimenticare, quali cenacolo di artisti e personaggi illustri (basti ricordare tra gli altri Eugenia imperatrice di Francia, Maria Pia di Portogallo, il vicerè d’Egitto, il re Oscar di Svezia, Carlos di Spagna e l’imperatrice d’Austria), il “Bellevue Hotel Syrene”, l'”Excelsior Vittoria” e l’ex Casa gesuita “Cocumella”. (15) Questa splendida ospitalità della seconda metà dell’800 aveva radici forti che scendevano ben in profondità dei secoli, ma un momento di prima fioritura vi fu alla fine del ‘700 e cioè quando l’intera Europa fu pervasa dal gusto neoclassico e il messaggio dell’arte e della cultura italiana era un punto di riferimento. È in questo contesto che Napoli fu inserita come tappa d’obbligo di quel viaggio che gli stranieri chiamarono Grand Tour.

Quanti viaggiarono nel Napoletano, per scelta o per caso, visitarono Sorrento e ne lasciarono testimonianza attraverso una voluminosa letteratura odeporica ed un altrettanto sconfinato apparato iconografico, fatto di paesaggi e di costumi locali. (16)

Le vie di comunicazione erano, forse, l’unico handicap della ridente penisola sorrentina. La scelta più rapida e sicura da attacchi briganteschi era la via del mare, con un battello che partiva da Napoli. (17)

Ma torniamo alla seconda metà dell’800. Quando l’economia locale entrò a far parte integrante di un miglioramento della qualità del turismo e della ricezione turistica ci fu (anche sull’onda della più affermata e nota scuola napoletana) un proliferare di canzoni di ambientazione cafè chantant. Ne fu testimone e storico Saltovar (pseudonimo di Silvio Salvatore Gargiulo). Questi, poeta dialettale Sorrentino e figlio di uno degli ideatori della tarsia, esalta la bellezza mitologica della sua città natia (18) e la rende culturalmente viva anche facendo della propria casa un salotto culturale: agli inizi dell’900 trasformò la sua villa in luogo di incontro per tutti gli artisti che frequentavano Sorrento. Salotto d’arte per artisti, pensatori, filosofi, e uomini semplici, dove scambiare i propri pensieri e fantasticare sulle cose della vita. (19)

Le grandi comunicazioni, la strada rotabile (nel 1834 si portò a termine la statale Panoramica Sorrento-Castellammare), trasformano l’incanto: Sorrento diventa, progressivamente, ineluttabilmente, meta obbligata del turismo dei grandi numeri. La ricchezza di immagini, dai grandi fotografi delle origini alla seconda guerra mondiale, testimonia la straordinaria varietà di coste e valloni, antiche mura, tradizioni e misteri locali (20): una traccia indelebile per la memoria, denuncia oggettiva e insieme appello, per quanto resta, alla clemenza. Stravolgimento maggiore, che apporterà un enorme cambiamento sociale, avverrà oltre un secolo dopo, ovvero nella seconda metà del 1900 e con l’avvento della Ferrovia. (21) Ma fu una scelta ben inquadrata politicamente oltre che dettata dalle necessità di un paese di non facile accesso. Durante il ventennio fascista assistiamo ad un atarassico momento storico del territorio per il quale, sebbene fossero state fatte scelte significative (è del ’29 la nascita della grande Sorrento che accorpava i 4 comuni della piana), non bastò neanche l’estrema vicinanza con uno dei più forti centri “rossi” del meridione: Castellammare di Stabia. (22) Bisogna tener presente, però, che durante i conflitti mondiali, la difficile accessibilità della penisola fu un vantaggio per i sorrentini stessi, in quanto a Sorrento non furono impiantati stazionamenti militari come invece avvenne, appunto, in Castellammare. (23)

L’ 8 settembre del 1943 coglie la nostra città addormentata in una posizione di retrovia rispetto agli avvenimenti delle guerra e della politica. La sua posizione geografica ne fa luogo niente affatto adatto a qualunque operazione o posizione di carattere militare. I Tedeschi, infatti, già prima che la guerra sbarcasse in Italia vi avevano individuato un luogo ideale per la convalescenza dei feriti. Dopo l’8 settembre non ci furono vicende belliche, combattimenti e bombardamenti, per dirla con le parole di Tomasi di Lampedusa, la situazione di quei giorni sembrava un “mutamento che non mutava nulla”, in quanto le tranquille abitudini di un paese agricolo e turistico non subirono le lacerazioni della guerra civile. Sorrento e la penisola non sarebbero autonomi movimenti di lotta partigiana e nemmeno quello che Salvemini definì «il fatto più importante nella storia del secolo in cui viviamo» cioè la partecipazione dei contadini ai movimenti di lotta partigiana. (24) Non ci furono nemmeno violente o repentine prese di potere, ma si costituì il C.L.N. che resse le sorti politiche del paese fino alle elezioni amministrative, che si tennero con sistema maggioritario nel 1946.

Curiosità su Sorrento. Non tutti sanno che…

La famosa canzone Torna a Surriento non fu scritta dai fratelli Ernesto e Giambatista De Curtis nel 1905, bensì risale ad almeno un decennio prima (1894).

Ciò che forvia maggiormente è il fatto che sia collegata alla visita peninsulare dell’allora presidente del consiglio Giuseppe Zanardelli e, in quell’occasione, vennero apportate modifiche al testo per offrire al diplomatico una dedica personalizzata. Le malelingue hanno per decenni sostenuto che fosse tutta un’operazione di ruffianeria, ad opera del sindaco Tramontano, per riuscire ad ottenere la costruzione di un ufficio postale a Sorrento, ma la mera realtà è che fu semplicemente una ennesima prova della grande ospitalità sorrentina che voleva rendere piacevole il soggiorno.

1 «Una sera a Sorrento di Ivan Turgenev, terminata a Pietroburgo il 10 gennaio 1852, è l’ultima delle sue 10 opere teatrali. Tenuta nel cassetto, fu rappresentata nella stessa Pietroburgo, per beneficenza, solo nel 1882, e poi a Mosca nel 1885 con una scenografia che ritraeva una veduta del golfo di Napoli e con canzoni napoletane cantate dietro la scena. Fu ripresa a Pietroburgo nel 1903. Una sera a Sorrento è stata anche rappresentata il 7 dicembre 1947, a Parigi, dove, in traduzione francese, era stata pubblicata nel 1923. (…) È stata rappresentata per la prima volta a Sorrento la sera del 3 settembre 1996, all’Hotel Cocumella, con la regia di Piero Maccarinelli. Ilaria Occhini era Nadiezda, Paolo Graziosi Avakov, Alexandra La Capria Maria, Francesco Siciliano Bielskij. Il cameriere ed il cantante furono interpretati da Gigio Morra mentre Viola Graziosi trasformò in donna il pittore immaginato da Turgenev con barba e capelli lunghi” in Roberto Vacca, Ivan Turgenev- Una sera a Sorrento in La terra delle Syrene, Sorrento, dicembre 2001

2 Si veda Antonino Trombetta, La penisola Sorrentina, cit. p. 68 («Quanto poi al grado di indipendenza raggiunto da Sorrento con la sua autonomia politica da Napoli, c’è da ricordare che, se essa si separò da quel ducato, non ruppe i suoi vincoli di dipendenza. Anche se sostanzialmente solo formali, con l’impero bizantino, riconoscendosene suddita, come si rileva dal fatto che seguitò a datare i suoi atti pubblici dagli anni di governo del Basileus che regnava sulle sponde del Bosforo»).

3 «Il culto dei Santi possiamo farlo cominciare da quello di San Renato. Di San Renato di Sorrento sappiamo che per supplire alla mancanza di dati sul suo conto si riempì il vuoto attingendo alla vita leggendaria di un non meno leggendario Santo omonimo francese. Il santuario sorse in suo onore e sul luogo della sua sepoltura che a sua volta fu scelta in un posto isolato e lontano dalle mura di Sorrento, perché sede dell’eremo del Santo e forse per sua stessa volontà. Fra le sue mura monaci abili e colti pregavano, lavoravano e studiavano ed alla loro penna dobbiamo probabilmente il rotolo dell’exultet (conservato al museo di Montecassino)», Pasquale Vanacore, San Renato di Sorrento – tra leggenda e storia, documenti e testimonianze, Sorrento 1999, p. 25 e segg. Si consulti anche Vincenzo Russo, I benedettini di Sorrento e i beni del monastero di San Renato in La terra delle Syrene, Sorrento, dicembre 1993 p. 47-60.

4 Cfr. Anonimo Sorrentino, Vita di Sant’Antonino, Secolo IX in Acta Sanctorum tomo II Anversa, 1658. Inoltre sull’argomento si consultino: Archivio Diocesano di Sorrento; Archivio Parrocchiale della Cattedrale di Sorrento; Anonimo Sorrentino in P. D., Antonio Caracciolo, Dissertazione critico-storica circa le età di Sant’Antonino Abate, Napoli, 1789; Bartolommeo Capasso, Memorie storiche della chiesa sorrentina, Napoli, 1854 (ristampa di Forni editore, Bologna, 1971); Davide Remo, Quinque divi custodes ac praesides urbis surrenti, Napoli 1577.

5 Cfr. Manfredi Fasulo, La Penisola sorrentina – Istoria, usi e costumi, antichità, Napoli 1906.

6 Ibidem.

7 Era soventemente definita in tal modo da  W. Goethe in Viaggio in Italia.

8 «Sorrento si era andata lentamente riprendendo dalla decadenza che l’aveva colpita, come altre terre della riviera, nella seconda del XVII secolo. Nel 1721 risulta cresciuta a 811 fuochi contro i 659 del 1596 e dopo il 1734 vede accelerarsi il ritmo della propria rinascita. La diffusione della cultura illuministica e il tributo di sangue pagato alla rivoluzione del 1799 non sono che aspetti della sua vitalità» Mario Rotoli, Sorrento nell’incisione dell’800, Napoli, 1977, cit. p. 13.

9 Cfr. Ivi p. 15 «E’ ben noto che alla fine del ‘700 e per tutto l’800’’ Goethe,  Byron, Shelley, Lamartine, Von Platen, De Musset, Longfellow, Ibsen resero nota la bellezza dei luoghi, di cui solo le famiglie del napoletano in passato avevano potuto godere.»

10 Cfr. Ass. Studi Storici Sorrentini, Sorrento e la sua storia, Napoli 1986.

11 Ibidem.

12 Cfr. Antonino Cuomo, Locali Storici, Napoli 1992; Antonino Cuomo, G. Gargiulo e A. Marotta, Sorrento – Vetrine che raccontano, Sorrento, 1994.

13 Cfr. Antonino Cuomo, Locali Storici, cit.

14 Ibidem.

15 Cfr. Luigia De Vito Puglia, La Cocumella, Sorrento 2003; inoltre Franco Gargiulo, Sant’Agnello – Un angolo di Paradiso, Sant’Agnello 1990, p. 36 («All’incirca nel 1597 un distinto signore di Sorrento, De Angelis GiovanVincenzo, zio di un gesuita missionario, venne a sapere che i Gesuiti napoletani erano alla ricerca di una dimora in un luogo dal clima salutare per ospitare gli infermi, per cui essendo proprietario tra l’altro di un giardino a picco sul mare, da sempre chiamato “la Cocumella”, donò il giardino ai gesuiti impegnandosi pure di costruirvi una casa atta ad ospitare gli infermi, a condizione che i padri Gesuiti, vi istituissero una scuola di grammatica latina. […] La Cocumella cominciò a divenire famosa per merito dell’illustre umanista Padre Nicola Partenio Giannettasio»).

16 Cfr. Luigia De Vito Puglia, La Cocumella, p. 34

17 Sono pochi quelli che raccontano le traversie dei viaggiatori per arrivare in penisola: tra questi Gaetano Parascandalo in Monografia del comune di Vico Equense, Napoli, 1858 dice che «la linea retta, che da Napoli a Vico percorresi è di oltre a 12 delle nostre miglia napolitane. Se poi vuol giugnere nel ricercato paese per via terrestre, allora dopo aver percorso con la Locomotiva la Real Villa di Portici – Torre del Greco – Torre Annunziata, ben presto si trova in Castellammare di Stabia – là giunto incontra all’uscir della Stazione molte e discreti vetturini, che in due terzi d’ora lo menano nel nostro Vico», p. 14.

18 Saltovar racconta come «circa un millennio avanti Cristo, i Teleboi, popoli bellicosi e di grande ardimento, avventurandosi sui propri peripli, spingevasi a gruppi, verso il Mediterraneo occidentale. Uno di essi, sostando alla Punta della Campanella per le libazioni di rito alla dea Minerva il cui tempio ivi sorgeva, s’addentrò nel nostro golfo e, sedotto dalla magnificenza delle bellezze naturali, vi approdò e: Salve o Terra delle Sirene, salve! fu il grido di entusiasmo e di ammirazione prorompente dal petto di quegli animosi e fu questo il battesimo dato alla divina Terra Nostra».  A. Cuomo, Torna a Surriento, Napoli 2002, p 32.

19 Per la storia di Saltovar si veda http//: www.artisdomus.it/

20 Cfr. A. Fiorentino, Memorie di Sorrento, cit. p. 21 «Ripercorrere attraverso il mezzo fotografico i vari passaggi di questa trasformazione, documentando situazioni completamente scomparse e confermandone altre – poche in verità – sfuggite all’ignoranza distruttrice degli uomini, è stata la premessa per una selezione di tutto il materiale esistente. Il corpo delle immagine realizzate dai fotografi più noti dell’800 s’è arricchito del contributo essenziale per la ricucitura dei vari passaggi, dei fotografi locali, meno noti ma decisamente più attenti alle varie espressioni quotidiane del territorio».

21 Cfr. Antonino Cuomo – R. Fiorentino, Sorrento tra ottocento e novecento, Sorrento 1982.

22 Cfr. Angelo Barone, Piazza Spartaco – Il movimento operaio e socialista a Castellammare di Stabia 1900-1922” Roma, 1974 in E. Ragionieri, La storia politica e sociale in La Storia d’Italia, Torino, 1992.

23 Ass. Studi Storici di Sorrento, Sorrento e la sua Storia, Napoli 1986.

24 Gaetano Salvemini, Partigiani e fuoriusciti, in «Il Mondo», 6.12.1952.

Sorrento - Marina Piccola scatto fotografico notturno verso Marina Grande
Pacchetto pro
“Or mi giova da questo altero scoglio Delle Sirene, udire Gli augelli gai languire, E il loro dolce cordoglio Sfogar con vario e canoro e stile Chiamando il lieto e dilettoso aprile.”
Bernardo Tasso
Sorrento 1543

Iscriviti alla nostra newsletter

Resta costantemente aggiornato!

Tutte le news su Sorrento e dintorni